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Tuili

Storia Tradizioni Monumenti

Il paese di Tuili, ai piedi dell’altopiano della Giara, fa parte della provincia del Medio Campiodano nella zona della Sardegna denominata Marmilla. Il paese dista circa 66 km da Cagliari, vicino a diverse attrazioni turistiche: la Giara, il complesso nuragico di Barumini, il castello di las Plassas, il complesso nuragico di Villanovaforru, la Sardegna in miniatura, il panorama delle colline e delle valli coltivate.

Il paese, sotto protezione ambientale, è caratterizzato dalle costruzioni ampie di tipo rurale e dalle bellezze delle case antiche e storiche. Il visitatore causale o il turista resta affascinato dall’armonioso contrasto tra le ricche case cosidette “padronali” e le case cosidette “rurali”; ma proprio questa peculiarità rende l’intero abitato sottoposto alla salvaguardia e ai vincoli urbanistici della Sovraintendenza ai beni culturali.

Il paese possiede una storia antica. Già in età nuragica (XV sec. A.C.) esistevano nel suo territorio agglomerati umani che hanno lasciato abbondanti tracce nei reperti di cocci d’argilla e in utensili domestici di ossidiana lavorata. Altri numerosi reperti di età preromana dichiarono che Tuili era popolata in età fenicia e punica e il suo nome doveva essere indicato con la parola “tehel”, che significa in cartaginese “gente immigrata”. Secondo alcuni studiosi il nome Tuili potrebbe derivare da “Tulliola” (“Tullia”), sorella del pretore romano di Usellus, un importante presidio militare romano in Sardegna. Secondo un’altra fonte Tullia, figlia del senatore romano Cicerone T, sarebbe stata condannata per prostituzione e mandata in Sardegna, dove avrebbe trovato riparo in un villaggio ai piedi della giara. Il toponimo di Tuili, secondo un’altra etimologia, potrebbe derivare dalla parola latina “cuili” , che significa ovile di pecore per indicare un insediamento di pastori. I documenti più antichi, dove viene riportato il nome di Tuili, sono gli elenchi delle decime (Rationes decimarum sardiniae), che si devolvevano alla Santa Sede (i papi di Avignone) nei secoli XIII e XIV dai titolari dei benefici ecclesiastici in Sardegna.Per avere più notizie dobbiamo attendere la venuta della dominazione catalana in Sardegna, che fu conquistata nel 1323 con la cacciata dall’isola di pisani e genovesi. Il territorio caduto sotto il dominio iberico venne frazionato e distribuito come benificio feudale ai ceti nobili catalani, valenziani ed aragonesi e anche ai sardi. Il Giudicato di Arborea, del quale Tuili faceva parte, alleato dei vincitori, era il solo dei quattro

giudicati sardi che restava ancora in piedi, ma come feudo della Corona aragonese. Il villaggio di Tuili emerge dall’ombra e si affaccia alla storia con il giungere del feudalesimo catalano. Nel 1355 il re d’Aragona concesse la marmilla in feudo, compresa la villa di Tuili, a Matteo Doria, il generale genovese dell’esercito spagnolo durante la guerra contro il giudice d’Arborea Mariano IV che, ridotto a feudatario, nel 1354 si era ribellato contro il re per scuoterne il vassallaggio. Dopo la battaglia di Sanluri del 1409, che dava definitivamente la Sardegna alla Spagna, la villa di Tuili venne concessa alla famiglia De Doni. Intorno al 1481 la villa fu messa all'asta ed acquistata da Salvatore de Sena; tuttavia poichè Ferdinando II il cattolico fin dal 14 febbraio di quello stesso anno l'aveva concessa in feudo a Giovanni di Santa Croce,la vendita fatta al de Sena fu dichiarata nulla .Alla munificenza di quest'ultimo feudatario e a sua moglie Jolanda si devono,fra l'altro,lo splendido retablo attribuito al "maestro di Castelsardo"attualmente conservato nella parrocchia tardo-gotica di San Pietro Apostolo. Nel 1659 la villa viene venduta alla famiglia genovese dei Martin e nel 1700 con il trattato dell’Aia cessava il dominio spagnolo e iniziava quello sabaudo. Il villaggio di Tuili nel 1774 viene elevata a contea. Pietro Ripoll, originario di Valenzia, diviene il primo conte di Tuili. Sposa la nobildonna Giovanna Asquer dei visconti di Flumini e in seguito fa costruire, a ridosso del muro di cinta della chiesa, una residenza signorile che dona alla sposa. Nel 1836 , sotto i re di Savoia vengono aboliti i feudi.

La festa principale del paese è quella che si svolge ogni anno in onore di Sant’Antonio Abate nei giorni dal 28 al 30 luglio. Il motivo per il quale il santo viene festeggiato a Tuili in tali giorni e dovuto al fatto che in passato in questo periodo, alla fine della mietitura, si svolgeva nel paese un importante fiera mercato che attirava centinaia di persone sia per motivi commerciali sia religiosi. La devozione dei tuilesi è talmente forte che il santo viene festeggiato, anche se in maniera più sobria, anche il 17 gennaio, come da calendario. Suggestiva ed emozionante, la processione che la sera del 28 luglio parte dalla chiesa a lui dedicata e percorre le vie del piccolo paese, quasi a dimostrare la sua protezione nei confronti di esso. Numerosa la partecipazione d’agricoltori, allevatori e cavalieri del paese e di quelli limitrofi, che anticipando il simulacro del santo, durante la sontuosa celebrazione religiosa, lo ringraziano e a lui s’invocano. Non a caso Sant’Antonio Abate è considerato il protettore degli animali. La sua rappresentazione, sia pittorica che scultorea, viene sempre completata con la raffigurazione di un maialino al suo fianco. (BASTONE) Quest’animale è ritenuto il simbolo degli animali domestici, e inoltre il lardo da esso ricavato veniva usato come medicamento per l’Herpes Zoster. Il giorno seguente, il 29 luglio, la Chiesa che porta il suo nome, per l’intera giornata è meta di pellegrini che arrivano da tutta la Marmilla, chi per ringraziarlo, chi per invocarsi. In tale giorno è possibile per i fedeli poter ascoltare l’omelia in suo onore e come succedeva in tempi più remoti cantare o ascoltare “is Goccius”. Parallelamente ai festeggiamenti religiosi si svolgono quelli civili. Durante i mesi che precedono la festa due comitati composti rispettivamente da ragazzi o ragazze celibi e nubili (bagadius), e da uomini o donne sposati (coiausu), fanno una questua che permetterà di organizzare per il meglio i festeggiamenti. A differenza di quanto accadeva in antichità dove, durante “sa cicca” non si chiedevano i soldi, ma il grano che poi veniva venduto per procurare i soldi per la festa. Se oggi si cerca di far arrivare a Tuili un cantante di fama nazionale per intrattenere, divertire e far accorrere centinaia di persone, ai tempi dei nostri nonni per far ciò bastava un suonatore di “launeddas” e uno di fisarmonica, che permetteva loro di ballare, e il tanto atteso circo Zanfretta. Per diversi anni si svolgeva una corsa di cavalli. Il 20 gennaio si ricorda San Sebastiano, la sera si canta il rosario in sardo e si accende il fuoco. In paese chi ha le arance le offre per ornare il santo.

Il culto "de su fogadoi" per San Sebastiano è tipico di Tuili, infatti sostituisce il più conosciuto di Sant' Antonio che a Tuili, non si accende, questo perché è fatto divieto da una tradizione popolare che recita: " Sant' Antoi no du permitidi". Da secoli nella comunità di Tuili, il secondo lunedì dopo Pasqua si festeggia Sant’Antioco. Sia nel nostro paese che a Sant’Antioco vi è l’usanza, in occasione dei festeggiamenti del santo, di offrire ai fedeli del pane che viene donato da coloro che hanno ricevuto una grazia dal martire. Quello che si prepara nel paese sulcitano è un tipo di pane azzimo, della stessa qualità era probabilmente quello che si faceva a Tuili fino al 1930, data in cui si ritiene sia stata inserita l’uva passa come ingrediente per confezionare questo tipo di pane. Fu sempre in seguito ad una grazia ricevuta, che una donna del paese di Tuili decise di ringraziare il Santo rendendo ancora più ricco e saporito il pane che veniva offerto in suo onore. Diverse sono le persone che ancora oggi a testimonianza della loro devozione offrono “Su Pai cun Pabassa”. L’aggiunta di ingredienti quali lo zafferano e la buccia dell’arancio, dà al pane un colore rosso, da qui la sua denominazione di “Pai Arrubiu”. La produzione di questo particolare tipo di pane, in tale occasione, è tipica del paese del Medio Campidano. Nel 2006 si è pensato di unire alla devozione, la tradizione, o meglio la sua valorizzazione dando vita alla sagra de “Su Pai Arrubiu”. Occasione che permette di valorizzare non solo quest’aspetto, ma anche il ricco patrimonio storico, artistico e naturalistico appartenente al territorio di Tuili. Sant’Isidoro è il patrono degli agricoltori e già in passato questi erano gli organizzatori della festa che si svolgeva in paese il dieci maggio. Questi coltivavano una quantità di grano il cui ricavato era da destinare all’organizzazione della festa per il loro santo patrono. Si faceva la processione e il santo era trainato dai buoi attualmente sostituiti dai trattori. Inoltre si benedivano i campi e si festeggiava con balli accompagnati dalla fisarmonica e solitamente davanti alla chiesa si ballava “su ballu e cresia”. La festa di Santa Maria, l’otto settembre, è meglio conosciuta come Capodanno dell’agricoltura, questo perché in questa data iniziava e finiva l’annata agricola. Nello stesso giorno i servi “is srebidoris” venivano a conoscenza della loro futura stagione nei campi; alcuni cambiavano padrone, altri mantenevano lo stesso; tutto avveniva a seconda del parere de “su sozzi” che era l’uomo di fiducia del padrone.

La chiesa di San Pietro Apostolo è la parrocchiale di Tuili, situata in piazza Chiesa. L'edificio ospita al suo interno un retablo cinquecentesco del Maestro di Castelsardo, detto "Retablo di Tuili" o "Retablo di San Pietro", opera considerata tra le massime espressioni artistiche del Rinascimento in Sardegna. L'edificio venne eretto nel XV secolo e consacrato il 7 maggio 1489. Poco rimane della fabbrica quattrocentesca, in stile gotico catalano, in quanto la chiesa venne ampiamente rimaneggiata nei secoli successivi. La facciata presenta coronamento a doppia inflessione. Sulla sinistra si eleva il campanile, a canna quadra, sormontato da un cupolino su tamburo ottagonale. L'interno della chiesa, a pianta rettangolare, presenta un'unica navata, tre cappelle per lato e presbiterio sopraelevato. L'aula, il presbiterio e cinque cappelle presentano volta a botte, mentre la terza cappella a sinistra, accessibile tramite un arco ogivale su capitelli scolpiti, ha volta a crociera costolonata stellare; questo ambiente è ciò che rimane dell'originario edificio quattrocentesco. La chiesa custodisce interessanti arredi marmorei, come la balaustra del presbiterio, realizzata tra il 1808 e il 1811, il pulpito barocco del 1783 e l'altare maggiore. Quest'ultimo venne commissionato alla fine del XVIII secolo ai marmorari Domenico e Santino Franco dal rettore Felice Maria Mura[4] e collocato nel presbiterio nel 1800; è in stile tardo barocco, realizzato in marmo bianco con intarsi, decorato con bassorilievi e le statue di san Pietro in cattedra, al centro, e dei santi Paolo e Andrea ai lati. La prima cappella a destra dall'ingresso, dedicata alla Madonna del Carmine, custodisce dal 1800 l'imponente retablo del maestro di Castelsardo (originariamente collocato sul presbiterio). L'opera venne eseguita in occasione della consacrazione della chiesa di San Pietro, su commissione dei coniugi Giovanni e Violante Santa Cruz, signori di Tuili,

e completata entro il 4 giugno 1500, giorno nel quale i Santa Cruz sottoscrissero l'atto notarile per il pagamento del retablo terminato. Il retablo, costituito da tavole lignee dipinte ad olio a tempera separate da cornici dorate di stile gotico, misura cinque metri e mezzo di altezza per tre e mezzo di larghezza. Sulla predella sono raffigurati episodi della vita di san Pietro apostolo e, nei tre pannelli del tabernacolo, la Risurrezione di Cristo, san Gregorio e san Clemente. Sopra, la tavola centrale in basso reca dipinta la Madonna col Bambino in trono, circondati da angeli, mentre superiormente si trova la Crocefissione di Gesù. Nei due scomparti laterali a destra sono raffigurati san Giacomo il Maggiore e san Paolo, nei due a sinistra san Michele Arcangelo e san Pietro, mentre sui polvaroli sono dipinti san Gregorio Magno, sant'Ambrogio, san Giovanni evangelista, san Francesco d'Assisi, Dio Padre tra l'arcangelo Gabriele e la Vergine annunziata, sant'Antonio, san Matteo, san Marco e sant'Agostino da Ippona. Nella cappella di San Giovanni Battista è custodito il Retablo della Pentecoste, datato 1534 e di autore ignoto. L'opera, che forse in origine era conservata in un'altra chiesa, è di dimensioni poco maggiori rispetto al retablo del maestro di Castelsardo. Al centro si trova una nicchia, contenente una scultura lignea di san Giovanni Battista, del 1797, opera di Antioco Diana. Attorno alla nicchia sono disposte le tavole dipinte, con rappresentazioni della Pentecoste e di episodi della vita di Gesù e di Maria. Sui polvaroli sono dipinti i re di Israele, mentre nella predella sono nove santi, dipinti da una mano diversa rispetto all'autore degli altri quadri[8]. La chiesa custodisce anche un organo Mancini del 1753. Gli affreschi che ornano le pareti furono realizzati tra il 1944 e il 1946 da Battista Scano e dai fratelli Tolu, artisti cagliaritani.

La villa, residenza nobile della famiglia Asquer, fu fondata a Tuili nel lontano 1737. Le attuali forme neoclassiche sono il risultato del restauro ottocentesco operato dall'architetto Gaetano Cima, che nel 1852 realizzò anche Palazzo Asquer a Cagliari. La costruzione, ad un piano, si sviluppa in lunghezza, con un prospetto scandito da larghe paraste. La parte centrale è enfatizzata da un parapetto posto al di sopra del cornicione e, al centro della facciata, campeggia una grande cornice, perfettamente circolare, all'interno della quale si trova una meridiana, collocata al di sopra del portone, tra due balconcini di ferro battuto. Dopo lunghi anni di abbandono e decadenza, la villa è stata restituita al suo antico splendore, trasformata in sede espositiva dell'olio e dell'olivo e degli strumenti musicali sardi.

Attraverso immagini e racconti, Villa Asquer rappresenta senza dubbio la memoria storica di questa parte di Marmilla. Gavino Asquer, marchese e medico condotto, gestì in prima persona e con criteri imprenditoriali moderni l'attività di famiglia, ancora oggi testimoniata dall'antico frantoio ottocentesco e dai macchinari della seconda metà del '900. La sua posizione centrale all'interno del paese, la vicinanza con la meravigliosa Chiesa di San Pietro e la presenza all'interno del complesso di un' elegante sala per la celebrazione dei matrimoni civili, la rende una location perfetta per l'organizzazione di matrimoni ed eventi speciali.

Sito Villa Asquer

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